“Stampare provvisori con una stampante 3D a filo? È una follia!”. Più o meno questa sarebbe stata la mia risposta qualche anno fa, se qualcuno me lo avesse proposto. Utilizzo stampanti 3D dai tempi della mia tesi in Ingegneria dei Materiali (era il 2000), passando per tecnologie molto diverse tra loro e con volumi di lavoro completamente differenti. Dal 2010 circa ho iniziato a portare la stampa 3D anche nel settore dentale e, posso dire, che non è stato esattamente un percorso semplice. Chi lavora ogni giorno con queste tecnologie lo sa bene: qualità e stabilità dimensionale, precisione, accuratezza, washing, post-curing, sono tutti aspetti che possono fare la differenza tra un risultato accettabile e uno davvero clinicamente valido. Un po’ croce e un po’ delizia.
Negli anni, per fortuna, la ricerca ha fatto passi da gigante. Ma ancora più dei macchinari, sono i protocolli ad aver fatto la vera differenza: oggi è lì che si gioca la qualità finale. Eppure, c’è una tecnologia che mi ha sempre incuriosito: l’FDM (Fused Deposition Modeling). Una tecnologia “vecchia”, se vogliamo, ma che non è mai rimasta ferma. Anzi, grazie al mondo dei makers, si è evoluta in modo silenzioso ma continuo: macchine più precise, materiali sempre più performanti. Il principio è semplice: un filamento che viene spinto attraverso un ugello ad alta temperatura e depositato strato su strato fino a creare l’oggetto. Lineare, quasi “meccanico”, ma incredibilmente efficace.
Uno dei grandi vantaggi? Niente post-processing. Niente lavaggi con alcool isopropilico, niente fornetti UV. Tiri fuori il pezzo e, di fatto, è già pronto. Se poi aggiungiamo buone proprietà meccaniche, una discreta precisione e una facilità d’uso elevata, si capisce perché questa tecnologia continui ad avere il suo spazio. Ma, c’è sempre stato un “ma”. Nel dentale, l’FDM ha sempre sofferto due limiti importanti: il livello di dettaglio e, soprattutto, l’assenza di materiali certificati per uso intraorale. Poi arriva l’IDS di Colonia 2025. Renfert presenta la Simplex 2SX, una stampante FDM che promette di realizzare non solo modelli, ma anche provvisori, restauri definitivi e dime chirurgiche. A quel punto scatta subito il mix classico: curiosità più scetticismo.
In passato avevo visto la vecchia Simplex SX, usata per modelli e portaimpronte. Onestamente non mi aveva lasciato un gran ricordo. Ma qui si parla di tutt’altro livello. Così ho deciso di approfondire e con mia piacevole sorpresa mi è stata data la possibilità, da parte di Renfert, di testarla direttamente. La prima impressione è stata molto positiva. La macchina è completamente diversa dal modello precedente: design pulito, materiali di qualità, struttura quasi interamente in vetro, accesso sia frontale che superiore molto comodo. Tutto trasmette una sensazione di prodotto “premium”. Il piatto di stampa è da 210×210 mm. Il filamento è alloggiato all’interno della camera, cosa che aiuta a mantenerlo asciutto e stabile. Ma la vera chicca è il nozzle: intercambiabile rapidamente tra 0,4 mm e 0,25 mm. E qui cambia tutto.
Il nozzle da 0,25 mm, insieme a una temperatura che arriva fino a 300 °C, apre la porta all’utilizzo di materialòi tecnici veri, non solo "hobbistici". A quel punto bisognava andare al dunque: stampa reale. Ho iniziato con una corona provvisoria, progettata dal laboratorio Evolab di Caserta su moncone naturale.
- Software: SIMPLEX Slice Studio.
- Materiale: A3,5.
- Qualità: alta.
- Orientamento: cuspidi verso il piatto (sì, volutamente).
- Tempo di stampa: circa 25 minuti.
E devo ammettere che li ho passati praticamente incollato alla macchina. Finita la stampa, ho rimosso il piatto magnetico e staccato il pezzo. I supporti sono venuti via con estrema facilità. Nessun lavaggio, nessun post-curing. Una veloce lucidatura (con il kit dedicato) e una glasure e lì ho iniziato a ricredermi seriamente. La precisione sul modello era impressionante.
Da quel momento è cambiato l’approccio. Ho iniziato a stampare di più: elementi singoli, piccoli ponti su impianti ed anche i test di ribasatura hanno dato risultati molto interessanti. Il vero banco di prova, però, resta sempre il paziente. Con un po’ di cautela (e anche qualche dubbio), sono stati consegnati i primi restauri. L’estetica nel cavo orale è stata sopra le aspettative, con una buona mimetizzazione. Ma soprattutto mi interessava la resistenza. Qui la sorpresa più grande: i provvisori stampati con la Simplex 2SX risultano più elastici e resistenti rispetto a quelli in resina. Dopo 3 mesi di follow-up, nessun provvisorio si è rotto. Con il nozzle da 0,4 mm ho poi stampato modelli, modelli per analoghi e dime chirurgiche, con una precisione più che soddisfacente.
Ma il vero salto di qualità resta legato al nozzle da 0,25 mm e al materiale certificato per provvisori.
Fig. 1 - Provvisorio stampato con Simplex 2SX.
Fig. 2 - Provvisorio stampato in 3D e finalizzato.
Fig. 3 - Provvisorio a carico immediato.
Fig. 4 - Provvisorio a connessione diretta su MUA
Fig. 5 - Provvisorio inferiore stampato in 3D su monconi naturali.
Le mie conclusioni
La prima sensazione è che questa macchina sia perfetta per lo studio dentistico: niente post-processing, utilizzo semplice, tempi rapidi, possibilità di produrre internamente diversi dispositivi.
Per il laboratorio odontotecnico, inizialmente, ho pensato potesse essere meno adatta, soprattutto per i tempi su produzioni multiple. Ma i feedback clinici mi hanno fatto rivedere questa idea. Affidabilità, precisione e resistenza dei manufatti sono aspetti concreti, e non sempre le stampanti a resina riescono a garantire tutto questo insieme. Quindi: può una stampante FDM sostituire una stampante a resina?
Se parliamo di provvisori, dime chirurgiche, modelli, repliche ossee o portaimpronte, ecc., la risposta può essere sì. Ma nella pratica, oggi, la resina resta ancora fondamentale per varietà di materiali e livello di dettaglio. La vera risposta, secondo me, è un’altra: non sostituire, ma affiancare. La Simplex 2SX trova il suo spazio in tutti quei casi in cui serve maggiore resistenza, affidabilità nel carico immediato o soluzioni tipo snap-on.
Guardando avanti, mi piacerebbe vedere lo sviluppo di materiali per basi protesiche o soluzioni flessibili per parziali estetici. Una cosa però è chiara: l’FDM, che per anni è rimasta ai margini del dentale, oggi sta iniziando a dire la sua. E lo sta facendo in modo molto concreto grazie ad un’Azienda, la Renfert, che ha creduto fortemente in un progetto ed oggi è pioniera di un cambiamento di paradigma nella stampa 3D in campo odontoiatrico ed odontotecnico.
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