INFODENT_8-9_2026

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Compositi dentali BPA-free: l'assenza di Bis-GMA non garantisce la stessa resistenza all'usura
Compositi dentali
Uno studio, pubblicato su Dental Materials da Magdalena A. Osiewicz e collaboratori, su 9 compositi privi di derivati del bisfenolo A rileva differenze marcate tra i materiali. Alcune formulazioni si avvicinano al controllo convenzionale; altre mostrano un’usura più compatibile con indicazioni a basso carico che con restauri posteriori estesi.

Il Bis-GMA è impiegato nei compositi dentali dagli anni 60 grazie alla rigidità molecolare, alla contrazione di polimerizzazione relativamente contenuta e alle buone proprietà meccaniche. È però sintetizzato a partire dal bisfenolo A. Nei materiali restaurativi il BPA può essere presente in tracce come impurità di produzione oppure formarsi dalla degradazione di alcuni derivati.

La crescente attenzione verso i possibili effetti endocrini del BPA ha favorito lo sviluppo di matrici alternative basate, per esempio, su UDMA, TEGDMA, TCD-DI-HEA o sistemi ORMOCER. Sostituire il Bis-GMA, tuttavia, non equivale a replicarne automaticamente il comportamento.

Una matrice restaurativa deve resistere all’attrito, alle forze cicliche, all’ambiente umido e all’azione abrasiva del bolo alimentare. Un composito può quindi rispondere a un’esigenza di biocompatibilità percepita, ma risultare meno adatto a una cavità sottoposta a carichi intensi. Lo studio affronta proprio questo equilibrio.

 

Dieci materiali e due meccanismi di usura

I ricercatori hanno esaminato nove compositi BPA-free: Venus Pearl, Venus Diamond, Gradia Direct X, Gradia Direct Flo, Clearfil Majesty Flow, Fusio Liquid Dentin, Metafil CX, Renamel Microfill e Admira Fusion. Clearfil AP-X, contenente Bis-GMA, è stato utilizzato come controllo.

Le prove sono state eseguite con la macchina ACTA secondo la norma ISO/TS 14569-2. Il protocollo distingue due condizioni. L’usura a due corpi riproduce il contatto diretto tra il restauro e l’antagonista. Quella a tre corpi introduce invece un mezzo abrasivo tra le superfici, simulando la fase masticatoria in presenza di particelle alimentari. Ogni prova comprendeva 200.000 cicli con un carico di 15 N. Gli autori hanno misurato la profondità di usura mediante profilometria, la rugosità superficiale e la durezza Vickers. Le superfici sono state inoltre osservate al microscopio elettronico a scansione per individuare perdita di matrice, esposizione o distacco dei riempitivi e formazione di cricche.

 

Usura a tre corpi: il controllo resta il riferimento

Clearfil AP-X ha registrato la minore usura a tre corpi in tutti i momenti di osservazione, con valori compresi tra 28,2 e 36 micrometri. È risultato anche il materiale più duro, con valori prossimi a 109 HV dopo 28 giorni.

Tra i compositi BPA-free, le prestazioni migliori sono state ottenute da:

  • Venus Diamond: 36,9-42,9 µm;
  • Clearfil Majesty Flow: 37,9-42,2 µm;
  • Renamel Microfill: 42-50,1 µm;
  • Venus Pearl: 47,3-53,2 µm.

 

Riempitivo e durezza spiegano solo metà del risultato

L’usura abrasiva a tre corpi ha mostrato una correlazione moderata con la percentuale volumetrica di riempitivo e con la durezza superficiale. 

La previsione dell’usura a due corpi è risultata ancora più complessa. In questo caso, contenuto di filler e durezza spiegavano una quota minima delle differenze osservate. Entrano probabilmente in gioco resistenza a fatica, tenacità alla frattura, comportamento viscoelastico e degradazione idrolitica della matrice.

 
Quando una buona resistenza produce una superficie più ruvida

Clearfil Majesty Flow ha mostrato una bassa perdita volumetrica, ma dopo la prova a tre corpi ha registrato la maggiore rugosità media, pari a 1,16 µm. Valori elevati sono stati misurati anche per Gradia Direct Flo e Clearfil AP-X. Non si tratta di una contraddizione. I compositi microibridi contengono particelle relativamente grandi: quando il filler viene esposto o distaccato, può lasciare difetti superficiali più pronunciati, anche se la quantità complessiva di materiale perduto rimane contenuta.

 

“BPA-free” non significa automaticamente più sicuro

Gli autori sollevano anche una questione meno evidente. Un materiale privo di derivati del BPA ma più soggetto a usura può liberare una maggiore quantità di particelle, residui di monomero e nanoparticelle di riempitivo. 

 

Le indicazioni contano più dell’etichetta

I risultati offrono comunque un criterio utile per la scelta. Clearfil Majesty Flow e Venus Diamond hanno mostrato prestazioni vicine al controllo convenzionale; anche Renamel Microfill ha ottenuto una buona resistenza. Altri compositi BPA-free sembrano più coerenti con indicazioni protette, restauri anteriori, liner o sostituzione dentinale che con superfici occlusali sottoposte a stress.

La scelta di un composito dovrebbe partire dalla sede e dal carico, non da una singola caratteristica commerciale. Nei posteriori, soprattutto in presenza di bruxismo, resta prudente valutare insieme resistenza all’usura, durezza, qualità della superficie, composizione della matrice e indicazioni del produttore. L’assenza di BPA può essere un criterio, ma non può diventare l’unico.

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Immagine generata con AI.

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