È quanto emerge dal terzo Rapporto FNOMCeO-Censis, “Le motivazioni soggettive dei medici nell’esercizio della propria professione”, realizzato su un campione di 530 medici e presentato a Roma durante il convegno “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”.
Per il 67,7% degli intervistati, la carriera ha comportato numerose rinunce nella vita privata. La percezione è più diffusa tra i professionisti fino a 49 anni, dove raggiunge il 72,1%.
Il Rapporto evidenzia anche una forte differenza di genere. Il 74,2% delle dottoresse ritiene che le donne incontrino più ostacoli degli uomini nella professione, mentre tra i medici maschi la stessa opinione è condivisa dal 33,1%. Inoltre, il 73,1% delle donne pensa di dover lavorare più dei colleghi uomini per riuscire professionalmente.
Secondo il presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli, questi dati richiamano la necessità di riconoscere e rimuovere le disuguaglianze presenti nel lavoro medico.
Vita privata e famiglia al primo posto
Per il 62,7% dei medici la priorità è rappresentata dalla famiglia e dalla vita privata. Il 27,5% mette al primo posto la professione, mentre il 9,8% indica il tempo da dedicare a interessi e passioni.
Complessivamente, per il 72,5% degli intervistati la dimensione personale prevale sul lavoro. La famiglia è una priorità soprattutto tra i professionisti più giovani e tra le donne.
Per Anelli, chiedere condizioni di lavoro più sostenibili non significa voler ridurre le proprie responsabilità. Un migliore equilibrio tra vita professionale e privata contribuisce anche alla qualità della relazione con i pazienti.
La medicina si sceglie per vocazione
La principale motivazione che porta a diventare medico resta la vocazione e la passione, indicata dal 57% degli intervistati. Seguono il valore etico e la possibilità di fare del bene agli altri, al 49,1%, e l’interesse per la scienza, al 39,2%.
Le ragioni economiche e di prestigio hanno invece un peso più contenuto: il 10,6% indica la possibilità di guadagnare bene e l’8,1% il rispetto sociale.
Nel corso della carriera, la motivazione principale resta legata ai risultati ottenuti. Il 48,5% cita le persone curate e le sfide cliniche affrontate, il 35,3% la passione e la vocazione e il 33% la qualità della relazione con i pazienti.
Otto medici su dieci soddisfatti
Nonostante le difficoltà della sanità e le gratificazioni considerate inadeguate, l’80,2% dei medici si dichiara soddisfatto del proprio lavoro. Per l’83% la professione ha rappresentato un modo per realizzarsi nella vita.
Il 58,1% consiglierebbe inoltre a un giovane di intraprendere il percorso per diventare medico. La percentuale è più bassa tra i professionisti fino a 49 anni e cresce nelle fasce di età più elevate.
Per la FNOMCeO, il fatto che molti medici rifarebbero la stessa scelta non deve però diventare un alibi per lasciare la professione senza un adeguato sostegno da parte delle istituzioni.
Deontologia e centralità della persona
La dimensione etica rimane centrale. Il 92,6% dei medici ritiene che curare senza discriminazioni contribuisca a costruire una cultura di pace, mentre il 91,7% considera la tutela della salute per tutti un elemento capace di rafforzare la convivenza e la democrazia.
Il 94,3% ritiene inoltre che una sanità migliore richieda più tempo e attenzione nella relazione con i pazienti. Per il 93% degli intervistati, il Giuramento professionale e il Codice deontologico rappresentano una guida decisiva nell’attività quotidiana.
Intelligenza artificiale e autonomia professionale
Il 56% dei medici dichiara di aver già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nella pratica clinica. Il 44,9% ritiene che l’IA possa contribuire a ridurre il tempo dedicato alle attività amministrative e burocratiche, mentre il 78,3% considera necessaria una formazione specifica sugli aspetti etici e sulle modalità di utilizzo.
Anelli sottolinea che la tecnologia deve restare al servizio della cura, supportando la decisione medica senza sostituire il professionista o indebolire il rapporto con il paziente.
Il Rapporto evidenzia infine il peso della burocrazia: l’81,5% ritiene che il lavoro dipendente comporti troppi adempimenti, sottraendo tempo alla relazione di cura, mentre il 54% teme una riduzione dell’autonomia decisionale.
Ne emerge l’immagine di una professione affaticata, ma ancora profondamente legata ai propri valori, alla responsabilità verso i pazienti e al ruolo sociale della medicina.

