INFODENT_8-9_2026

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Oltre il tell-show-do: la realtà virtuale nell'odontoiatria pediatrica
bambina con visore VR in studio odontoiatrico con medico
Una revisione sistematica analizza l'efficacia dei visori 3D nel ridurre dolore e ansia nei piccoli pazienti, evidenziando opportunità cliniche e limiti tecnologici.

A chiunque gestisca un'agenda di odontoiatria pediatrica sarà capitato almeno una volta: la poltrona pronta, il manipolo in mano e un bambino bloccato dalla paura di una semplice infiltrazione. La gestione del comportamento in età pediatrica rimane una delle sfide più complesse nella pratica clinica quotidiana. 

Per decenni l'approccio standard si è basato su tecniche verbali convenzionali come il Tell-Show-Do o sulla semplice distrazione passiva. Tuttavia, la digitalizzazione dell'esperienza di cura sta spingendo oltre questi confini.

Tra le opzioni tecnologiche emerse negli ultimi anni, la Realtà Virtuale (VR) sta guadagnando terreno come strumento non farmacologico per la modulazione dell'ansia e della percezione dolorosa.

Una revisione sistematica pubblicata su BMC Oral Health da Barros Padilha e collaboratori ha fatto il punto sullo stato dell'arte, analizzando la reale efficacia clinica dei visori immersivi nei pazienti pediatrici.

 

I dati della revisione: quando la distrazione diventa immersiva

Gli autori hanno analizzato 22 trial clinici controllati e randomizzati (RCT) condotti su un totale di 2.558 bambini, valutando parametri sia soggettivi (come la scala di Wong-Baker o la Facial Image Scale) sia oggettivi, tra cui la frequenza cardiaca, la saturazione d'ossigeno e i livelli di cortisolo salivare.

La ricerca ha coperto un'ampia gamma di procedure odontoiatriche, dalle visite d'accesso fino a interventi più invasivi come anestesie plessiche o tronculari, pulpotomie ed estrazioni di elementi decidui. Il dato complessivo che emerge dalla revisione è netto: la realtà virtuale tridimensionale (3D) supera regolarmente le tecniche tradizionali non digitali nella riduzione di ansia e dolore percepito.

Il meccanismo alla base di questo risultato risiede nella neurobiologia della percezione dolorosa. Il dolore non è un semplice segnale sensoriale passivo, ma un'esperienza modulata dall'attenzione e dallo stato emotivo. Sostituendo il campo visivo e acustico dello studio odontoiatrico con un ambiente virtuale interattivo o narrativo (come cartoni animati scelti dal paziente o videogiochi), la VR "sequestra" la capacità computazionale dell'attenzione del bambino. In questo modo, la soglia di tolleranza agli stimoli nocicettivi aumenta significativamente.

 

VR contro Schermi 2D: una sfumatura clinica importante

Interessante è il confronto emerso tra l'impiego di visori 3D e l'uso di schermi bidimensionali flessibili, come tablet o smartphone. Sebbene la VR immersiva abbia mostrato una superiorità generale grazie all'isolamento sensoriale visivo e uditivo, l'evidenza non è del tutto univoca.

Nello studio analizzato di Al-Halabi et al., ad esempio, i tablet tradizionali hanno registrato performance persino migliori rispetto ai visori VR nel controllo dell'ansia durante l'anestesia del nervo alveolare inferiore. Questo fenomeno si spiega con la familiarità: per un bambino di 6-8 anni, maneggiare un dispositivo digitale ben noto può risultare meno destabilizzante rispetto all'indossare un visore pesante che annulla la vista del genitore e dell'operatore.

 

Criticità tecniche, limiti di età e "cybersickness"

Nonostante gli indubbi vantaggi clinici, la reale integrazione della VR nell'operatività quotidiana presenta ostacoli che il professionista deve considerare attentamente prima di investire in queste tecnologie:

  • Comunicazione e controllo visivo: l'uso di un visore occludente riduce la possibilità per il clinico di monitorare la risposta visiva immediata del paziente (come il contatto visivo o la dilatazione pupillare). Inoltre, l'assenza del caregiver dal campo visivo del bambino può talvolta generare un'ansia paradossa.
  • Limiti dei produttori: un aspetto critico evidenziato dagli autori riguarda l'età d'uso raccomandata. Quasi tutti i produttori di visori commerciali (da Oculus a Sony) raccomandano di non utilizzare i dispositivi al di sotto dei 12 o 13 anni per motivi legati allo sviluppo visivo e al rischio di affaticamento oculare. Negli studi clinici analizzati, tuttavia, i visori sono stati impiegati su coorti di età compresa tra i 4 e i 12 anni, muovendosi di fatto al di fuori delle linee guida dei produttori dell'hardware.
  • Effetti collaterali (Cybersickness): l'esposizione a contenuti virtuali può causare nausea, vertigini e affaticamento visivo. Solo uno dei 22 studi inclusi nella revisione (Du et al.) ha formalmente valutato questo aspetto tramite questionario specifico per la simulator sickness.

 

Una valutazione d'insieme per l'odontoiatra

La realtà virtuale non rappresenta una bacchetta magica in grado di sostituire l'empatia o la competenza relazionale dell'odontoiatra pediatrico. Rappresenta, semmai, un presidio complementare di grande valore per ridurre l'impatto emotivo delle procedure più invasive o per gestire pazienti moderatamente ansiosi.

Per gli studi che intendono implementare questa risorsa, l'indicazione pratica che emerge dalla letteratura è quella di optare per contenuti brevi, adatti all'età del paziente e somministrati tramite visori leggeri. Resta da valutare se i benefici riscontrati nelle singole sedute si mantengano costanti nel tempo o se l'effetto "novità" della tecnologia tenda a svanire con il susseguirsi degli appuntamenti.

La ricerca futura dovrà chiarire questo aspetto, fornendo protocolli standardizzati sia per i tempi di esposizione sia per la prevenzione del digital eye strain in ambiente clinico.

Fonte bibliografica: Barros Padilha, D.X., Veiga, N.J., Mello-Moura, A.C.V., Correia, P.N. Virtual reality and behaviour management in paediatric dentistry: a systematic review. BMC Oral Health 23, 995 (2023).

Immagine generata con AI.

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